When Mind Becomes Form. Del moto et misura dell’acqua

Isabella Pers | Teitiota / 2015 / Stampa ai pigmenti su tela / cm 90x120

La quieta del bosco e la redenzione dell’acqua

Le cerimonie artistiche di Isabella Pers per una pace fra le specie

di Diego Mantoan

La natura non fa la guerra, gli animali nemmeno. È pertanto all’animale umano che rimane il triste privilegio di questa devastante invenzione. Le sue conseguenze incidono sempre sui territori, sull’ecosistema circostante. I suoi riflessi si leggono ancora a decenni e secoli di distanza nel tessuto ambientale. Peraltro la guerra non si fa più solo fra gli uomini: sono gli uomini ormai ad aver dichiarato un’incessante offensiva nei confronti della natura. Talvolta quest’ultima si difende e lo fa con inaspettata veemenza, ma è tale soltanto per chi non vuol vedere la sofferenza che le causiamo gradatamente, giorno dopo giorno, goccia per goccia. Non si tratta di un natura matrigna, castigatrice delle legittime aspirazioni dell’umanità. La questione riguarda piuttosto un equilibrio fra le forze, un’interconnessione fra tutto il vivente, in cui le nostre velleità non possono dirsi al di sopra dell’ecosistema terrestre. Anche a un osservatore distratto non possono sfuggire i segni conclamati della nostra responsabilità verso l’ambiente: inondazioni, uragani, slavine, incendi. Accadono qui da noi, ora, non più o non soltanto in terre lontane ed esotiche. Tutti e quattro gli elementi della natura si scatenano per indicare che qualcosa si è rotto definitivamente. Nel disastro ambientale globale alcuni territori sono lasciati soli, in prima linea, ma siamo tutti coinvolti in questo conflitto che abbiamo irresponsabilmente scatenato.

Purtroppo la memoria umana è corta, cortissima, e tende spontaneamente a rimuovere i traumi, almeno in superficie. Ci convinciamo così che i boschi divelti dal vento, la macchia divorata dal fuoco, le terre inabissate nell’acqua, le montagne sbriciolate a valle siano soltanto vecchi titoli di giornale, ormai sbiaditi sulla carta logora del tempo che tutto sana. Ci ostiniamo a non accorgerci delle ferite ancora aperte sui nostri territori, della necessità di un intervento immediato, senza risparmio di energie o risorse. Soprattutto, serve un profondo cambiamento d’atteggiamento che riconosca finalmente l’unitarietà di tutte le specie viventi, anzi, che abbandoni proprio le divisioni di specie, poiché nessuna può vantare maggiori diritti rispetto alle altre, con quella umana sempre a farla da padrona. È proprio questa nostra presunta superiorità ad averci condotto nell’abisso. Eppure sarebbe semplice, basterebbe rendersi attivamente partecipi della soluzione. O ancora, sarebbe sufficiente ascoltare il lamento degli animali, la voce della natura. Bisognerebbe porsi in sintonia con essi, riconnettersi a quel mondo da cui ci siamo violentemente separati, riconoscerne il respiro, le vibrazioni e le esigenze. Ma non basta essere osservatori attenti, ci vuole la disponibilità a riconoscere la nostra naturale connessione a tutto l’ente. Dobbiamo convincerci di essere soltanto una parte della terra che ci ha generato e di poter comunicare con essa su base emotiva, sanando così le piaghe inflitte dalla nostra società bulimica. Riscoprendo la sacralità della natura e di tutta la sua genia possiamo sperare di ristabilire l’equilibrio perduto, o perlomeno di siglare una tregua duratura.

Pare strano dover stendere un pamphlet ambientalista per raccontare le azioni collettive e le installazioni artistiche di Isabella Pers. Tuttavia, non vi è nulla di più calzante, anzi si impone naturalmente. Ritorna quest’ultimo avverbio, ‘naturalmente’, che rappresenta quasi una costante del pensiero e del fare creativo dell’artista friulana. Il suo impegno artistico si sovrappone infatti allo spirito ambientalista e anti-specista che profonde in special modo nelle performance partecipate, numerosissime negli ultimi anni e organizzate in diverse parti del mondo, dal vivo o in connessione. Quella di maggior impatto, sia emotivo sia attitudinale, è senza dubbio la serie delle cosiddette meditazioni sull’acqua che hanno raggiunto perfino New York City e si riallacciano al progetto ideato per la città e il territorio goriziano. Lo sforzo di plasmare con la mente, per così dire, lo stato d’animo del fluido all’origine della vita sul nostro pianeta va inteso nel senso di un tentativo di redenzione dell’umanità, nonché di una ricerca di strumenti di appianamento e compenetrazione fra gli elementi e gli enti presenti sulla terra. La forma meditativa connessa ad azioni artistiche votate all’ambiente si accosta alle pratiche profuse fin dai tempi di John Latham e Joseph Beuys, le cui azioni – collettive o in prima persona – intervenivano sul rapporto fra umanità e natura, come nel caso del celebre progetto 7.000 Querce dell’artista tedesco alla documenta di Kassel nel 1982. A differenza dei due pionieri dell’arte ambientale, tuttavia, Isabella Pers profonde le sue energie e quelle dei partecipanti verso un riequilibrio del mondo, senza distinzione fra ciò che è umano e ciò che pertiene alla natura, come nell’Annual Planetary Dance di Anna Halprin. La vocazione dell’artista friulana si esprime pertanto in azioni di taglio salvifico, ma che prescindono da qualsiasi separazione fra le sfere dell’esistente e pone gli uomini allo stesso piano di ogni altro essere. Vi si può ritrovare un comunione fra arte e natura che si riallaccia piuttosto a quella forma di unione – intesa come assenza di distinzione – fra arte e scienza che trovò l’apoteosi nell’esempio vinciano. Invero, Leonardo e tutta la società pre-scientifica vantava il merito – in forza proprio della non-distinzione fra la sfera umana e quella naturale – di cercare costantemente una via che mantenesse il mondo in equilibrio.

Ponendosi dunque a cavallo fra arte e scienza, l’intervento di Isabella Pers ideato per Gorizia affonda le radici nel territorio stesso e nel drammatico passato che lo ha visto tragico testimone degli eventi umani. Quella dell’Isonzo è una terra fertile e rigogliosa. Ma è anche landa di confine, teatro di conflitti, divisioni, depredazioni e rappresaglie fin dai tempi della disgregazione dell’impero romano. L’artista friulana sceglie le rive selvagge del fiume, belle come una visione arcadica, per celebrare un’autentica cerimonia immersa nella natura, un meditazione collettiva sull’acqua e sugli alberi in connessione con altri posti afflitti dalla deriva antropocentrica, luoghi distanti come l’arcipelago di Kiribati. La testimonianza di queste energie viene trasportata nel contesto urbano di Gorizia con una installazione ambientale, una sorta di tempio boschivo realizzato con i tronchi e i rami degli alberi caduti nella tempesta Vaia, assieme alla video-proiezione della meditazione. L’opera richiama la tradizione ancestrale delle pratiche divinatorie silvestri, riprese in tutto l’arco alpino anche in epoca cristiana con la costruzioni di cappelle nel bosco, riportando l’esperienza ambientale all’interno del contesto urbano. Isabella Pers costruisce così una ritualità e una collettività capaci di riconnettersi con il proprio biotopo e di esistere assieme armoniosamente. Nella quiete del bosco e attraverso la redenzione dell’acqua.

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