Mutabis

Mutabis

Sasha Vinci
Maria Grazia Galesi

Vinci/Galesi: la tessitura emozionale di un percorso

di Eleonora Raspi

 

“Sono i luoghi che ispirano il movimento, che ti fanno fare un tragitto, che ti trasportano attraverso le cose, che ti creano delle prospettive diverse, sono quelli che “spaziano” attraverso di te e che, viceversa, ti permettono di fare luogo a un concetto, un’idea, un pensiero. Facendoli diventare spazio.” Giuliana Bruno Fiore contro fiore, erba contro erba, elemento naturale contro elemento naturale. Due corpi si muovono lentamente su un terreno scosceso, tra i sassi di una fabbrica abbandonata, tra le pietre di un deposito minerario, nel fango di un prato fiorito. La luce crea ombre sul mantello cangiante in movimento, il corpo del performer porta con sé suoni contrastanti ma continui; infine si ferma, e diventa un tutt’uno con l’immobilità apparente della natura. D’improvviso il buio, i fiori si chiudono su loro stessi, lo sguardo del performer lascia trapelare un pensiero di fine.

 

MUTABIS è un progetto che comprende un ciclo di opere-performance, ideate dal duo artistico Vinci/Galesi. Una metamorfosi in fieri, a carattere universale, capace di adattarsi ed entrare in sintonia con ogni luogo prescelto. La particolarità del progetto risiede nella capacità di rapportarsi con più media espressivi: dalla performance al video, dalla fotografia al suono, dalla scultura al disegno. Ogni medium esplora e mette l’accento su un aspetto di MUTABIS. Il primo atto è stato presentato da Vinci/Galesi in occasione della manifestazione d’arte contemporanea ALTER, nella città di Chiaramonte Gulfi il 31 luglio 2015. Gli artisti, avvolti da un mantello infiorato, viaggiavano per diverse ore lungo le vie, per le piazze e tra gli spazi monumentali della città, concludendo la performance all’interno della Chiesa di Santa Teresa con un ultimo momento di trasfigurazione, un abbraccio in cui le due entità diventavano un tutt’uno. Per questo secondo atto, Vinci e Galesi scelgono il luogo dei ricordi, della memoria, dell’infanzia; l’11 marzo 2016 MUTABIS attraversa Scicli e si apre alla collaborazione e allo sguardo registico di Alessandro Zangirolami, e alla sperimentazione sonora del sound maker Antonio Mainenti. Qui MUTABIS diventa un cammino itinerante lungo tre giorni che si allontana dal centro urbano e vissuto quotidianamente, e va a toccare, a percepire e ascoltare altri luoghi, ovvero spazi non frequentati dal grande pubblico e resi invisibili dal tempo. MUTABIS è trasfigurazione del corpo in elemento naturale; unione di due entità in un’unica e sola. Il performer si veste o, ancora più propriamente, si investe di un abito fiorito, un habitus proveniente dal mondo naturale di cui si erge portatore. Con il procedere dell’atto creativo, viene meno la distanza tra il corpo e il sentire umano e il corpo e il sentire della natura; la corruzione della carne diventa un tutt’uno con la corruzione dei fiori del mantello. Quella che tradizionalmente è concepita come una dicotomia, in MUTABIS diventa un’unione di voci. Il viaggio attraverso sei location (una interna e cinque esterne) è parte integrante non solo della storia e delle leggende della comunità siciliana, ma anche della storia personale dei due artisti. Lungo tutto il percorso, l’occhio della camera afferra i corpi degli artisti, seguendoli ora da lontano – fino al momento della loro scomparsa nella natura – ora da vicino, quasi a sfiorarne i fiori, oltrepassarli, e infine penetrarne la carne. Il suono originato, sensibile ai mutamenti della luce, ora accompagna, ora fa da guida, modulandosi a seconda dei movimenti e delle emozioni.

 

È un rapporto aptico quello che la camera instaura con Vinci/Galesi che a sua volta rispecchia quello che loro instaurano con i luoghi che attraversano. Secondo la ricercatrice italiana Giuliana Bruno (Harvard University), il concetto di aptico prevede la presenza di un rapporto tattile, fisico, con lo spazio, che va oltre la semplice visione. I due artisti, attraverso il loro peregrinare e osservare, entrano in contatto con lo spazio, seguendo una logica non più oppositiva, ma inclusiva. Attraverso l’accostamento dei fiori del mantello alle superfici, vanno a curare una ferita decennale: il fiore – la presenza dell’elemento naturale in generale – è riparatorio nel loro lavoro, simbolo di rinascita e flusso energetico. Contenitore di una memoria millenaria, il fiore si fa carico delle mancanze dell’uomo e porta omaggio là dove c’è abbandono e negligenza morale. Terra che ritorna alla terra, fiore che ritorna alla pianta, corpo che ritorna all’origine del suo essere. L’ex Mulino San Niccolò, cuore dell’impegno intellettuale, politico e sociale dei due artisti, è il primo luogo scelto e contemporaneamente unica location interna oggetto di indagine della performance. Si snoda in passaggi da un angolo all’altro, abbassamenti sul terreno e sguardi incrociati, e si tramuta infine in abbraccio – apice della trasformazione in unico corpo nel quale maschile/femminile e uomo/natura si confondono. Vinci/Galesi si muovono lentamente nello spazio, osservandone le vertebre, le nervature portanti, gli spigoli e le imperfezioni del corpo architettonico. Ad ogni movimento, apertura e chiusura, il suono risponde; ora più tenue, ora più presente, diventa la voce di quella microtensione così carnale dei gesti e dei fiori. Durante il tragitto di Vinci/Galesi, i rumori e le armonie della natura si accordano e risuonano con/ contro una partitura sintetica spontanea, generata dai fotosensori indossati dai performer. Vibrazioni di sapore elettronico, che quasi sembrano appartenere ad una sfera ultraterrena o ad un linguaggio lontano dall’umano, esplodono dal corpo di risonanza del performer e si liberano nell’aria man mano che il cammino procede. È un circolo vizioso, un inseguirsi; è il suono stesso, scaturito prima dal corpo dell’artista, a guidare ogni suo movimento successivo. E da elemento indigeno degli spazi attraversati e della stessa terra che li accoglie, il performer intraprende un processo di estraniamento per poter vedere da “lontano”, in uno stato di verginità, ciò che sfugge allo sguardo quotidiano. Il rituale, i suoni, gli sguardi, si ripetono negli altri cinque luoghi scelti: l’ex Fornace Penna in contrada Pisciotto, la Cava di pietra adiacente all’antico Convento della Croce, la Cava di argilla di Truncafila, la pietraia in contrada Giarberi e infine un campo fiorito in contrada Cuturi. Ogni volta, ad ogni passaggio e scambio di energia, qualche petalo o intero fiore si stacca, quasi a lasciare una testimonianza della propria presenza e doloroso dialogo con il territorio. Se da un lato il passaggio dentro uno spazio e tra gli spazi influenza la percezione di sé stessi e dei luoghi attraversati, dall’altro lascia inevitabilmente una traccia fisica ed emozionale di questo incontro, sia sul soggetto che sulle superfici attraversate. Come un tessuto che si modella sul corpo di chi lo indossa, Bruno ci descrive il rapporto tra spazio e soggetto come legame carnale bidirezionale. Performers e spettatori si trovano immersi nel luogo del “tra”, dove e-mozionarsi (muoversi fuori) e com-muoversi (viaggiare insieme), dove il viaggio, tra esterno e interno, privato e pubblico, potenzia la loro sorpresa ed emozione.

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